Andrea Vico: Passione Scienza – Parte 1

(Intervista realizzata a cura di Elisa Battini e rilasciata il 6 Settembre 2019 a Mantova)

Incontro Andrea Vico al XXIII Festival Letteratura di Mantova (qui il primo articolo). Ha appena presentato il libro Piante in viaggio (Editoriale Scienza). Dopo una timida partenza, i ragazzi si sono ritrovati coinvolti in modo naturale, tra giochi e domande. Mentre io e lui ci presentiamo, i ragazzi escono dalla sala: dai loro occhi posso quasi vederne i pensieri, le curiosità innescate dalla scoperta. Intanto Andrea inizia a raccontarmi, con un tono garbato, nella sua tipica cadenza torinese.

Photo credit Festival Letteratura di Mantova

Come ti sei avvicinato alla divulgazione scientifica per ragazzi?

Ho sempre avuto una particolare attenzione verso bambini e ragazzi, fin dagli inizi della mia carriera di giornalista. Ho cominciato a diciott’anni, quando ero al liceo. I bambini erano comunque presenti nel mio lavoro: mi occupavo di cronaca, di sociale. Ho fatto il servizio civile nel gruppo Abele, ai tempi in cui stavano nascendo tutte quelle comunità che si occupavano di accoglienza verso i figli di immigrati. Quindi, anche prima di iniziare a scrivere per i bambini, ero già vicino a loro e ai loro diritti.
Poi, quando mi sono specializzato in giornalismo scientifico, questa attenzione per i bambini mi è semplicemente venuta dietro. Dato che parlavo di scienza, come interlocutori principali avevo gli adulti (il Sole 24 ore, Rai…), ma appena potevo cercavo di occuparmi di una qualsiasi forma di divulgazione che andasse incontro ai bambini. I libri di Editoriale Scienza (25 anni fa è uscito il primo) sono stati un passaggio spontaneo dalla scrittura giornalistica ai libri per ragazzi.
Io vengo dal mondo dello scoutismo, quindi per me il gioco è sempre stato uno strumento sia di comunicazione, sia di coinvolgimento e di educazione. Imparare giocando era per me una normale attività. Ho semplicemente aggiunto il gioco come strumento di comunicazione, per ottenere un coinvolgimento (anche emotivo) negli argomenti scientifici.
Quando abbiamo un’emozione, tutto ciò che è legato a quell’emozione si trasforma in una sinapsi più robusta nel nostro cervello, perché le proteine si attivano e irrobustiscono quel ricordo. Si tratta insomma di emozionarsi attraverso il gioco, in modo da rendere più forte la nostra memoria e il nostro sapere su alcuni aspetti scientifici, che prima o poi ci serviranno.

Photo credit Festival Letteratura di Mantova

Bambini e ragazzi: come si accende l’interesse, la passione? C’è una curiosità innata o occorre far scattare una scintilla?

C’è già la curiosità, perché noi siamo tutti scienziati, da piccoli. Quando gattoniamo, mettiamo in bocca qualcosa, facciamo cadere in maniera ossessiva il cucchiaino dal seggiolone, facciamo sciaf sciaf nella vasca da bagno… stiamo già facendo scienza! Stiamo esplorando il nostro ambiente, stiamo scoprendo man mano quello che abbiamo vicino, con tutti gli strumenti e le capacità necessarie per interpretare il nostro habitat. Più cresciamo, più questa capacità di esplorare, riconoscere, smontare, andare a vedere dietro alle quinte come funzionano le cose si evolve, si amplia. Da 6 mesi a 4-5 anni, il bambino è uno scienziato naturale. All’asilo c’è il gioco euristico, si esplora. Più i bambini da piccoli riescono a entrare in contatto con delle realtà nuove, sconosciute fino a quel momento, più sviluppano queste loro capacità. Siamo tutti scienziati, per natura.
Poi, ahimè, arriva la scuola, e tutto questo viene in qualche modo inserito in uno schema: fin dalla prima elementare devi imparare che a scuola stai seduto così, che nel banco ci sono dei libri, che vanno usati in un certo modo… Mettere ordine è fondamentale, e le regole sono importanti, ma a volte questo meccanismo, anche per pigrizia, va oltre, e si perde quella spontaneità iniziale. Vale lo stesso per l’arte: siamo tutti artisti, per natura, poi però dobbiamo fare i conti con i sistemi che ci vengono imposti dall’esterno. Insomma, noi abbiamo questa scintilla che spesso rischia di essere un po’ sopita: si tratta di tenerla viva o di riaccenderla.

Photo credit Festival Letteratura di Mantova

In che modo?

Semplicemente tornando a fare quello che si faceva da bambini. Provando a guardare con occhi diversi un oggetto, una situazione, qualcosa che ci capita nella vita quotidiana. Uno dei miei motti è “outside the box”: esci dalla scatola. La famiglia a volte può essere una scatola, la scuola è decisamente una scatola. Le scatole servono per mettere in ordine, per contenere. In certi casi, però, bisogna uscire dalla scatola per liberare curiosità, fantasia, gesti. Ovviamente va fatto con attenzione, accompagnati da qualcuno che sappia tracciare un limite di sicurezza.
Però mantenere la capacità di vedere le cose con occhi diversi, con gli occhi che avevamo bambini è importante ed è una delle cose che tutti i grandi scrittori di narrativa raccomandano sempre. Più rimaniamo bambini, anche quando gli anni passano, più rimarremo capaci di scrivere, di disegnare, di cantare, 
di stupirci… e di fare gli scienziati!

Continua… ti aspettiamo al prossimo articolo!