Di Emilio Salgari si sono dette tante cose, tranne – ci ho scherzato qualche volta con Ernesto Ferrero, che come me nutre per il Capitano una passione autentica e infantile – l’unica vera.

Che lo giudichiamo leggendo le prime stesure dei suoi libri, quelle che – sfido ogni scrittore presente – nessuno si sognerebbe di far leggere. Non avremmo Hemingway, in prima stesura. Né il Grande Gatsby. Ma abbiamo lui, invece, che lavorava come un folle, rapidamente, appunto. Da quanto so, solo di un libro ebbe qualche tempo in più per lavorarlo, il Corsaro Nero, che è anche considerato quello scritto meglio. Se qualcuno gli avesse lasciato il tempo di lavorare decentemente, se fosse stato seguito la metà di quanto lo era Jules Verne o avesse avuto un terzo dei collaboratori di Alexander Dumas, Salgari sarebbe uno scrittore planetario. E se facessimo il raffronto tra le prime stesure delle opere di chicchessia, credo che il talento di Salgari lo porterebbe sul podio dei più bravi, immagino appena dietro a Simenon.

Se ci fosse una qualche esigenza di affermare una letteratura italiana nel mondo, e se ci fossero editor, qui, disposti ad aiutarla a crescere per ciò che merita, ci si dovrebbe organizzare – e io ci sto – per riprendere la sua opera e applicarvi quella cura editoriale che avrebbe meritato, prima che le sue parole – lo ripeto, in prima stesura – fossero catalogate con quell’odioso termine spregiativo di letteratura popolare per ragazzi.

Nei giorni scorsi, poi, mia moglie si è imbattuta in una recensione di Natalia Ginzburg che mi ha letto trovandoci cose che mi dice avermi sentito ripetere più volte a casa, non certo in modo così lucido ed elegante. Parla di un altro scrittore scivolato nelle pieghe dell’anonimato (che nel nostro paese di vecchi che pensano solo a se stessi è meglio comunque della letteratura popolare per ragazzi), Antonio Delfini, che vi invito a riscoprire.

Scrive la Ginzburg: di Antonio Delfini, che non è sconosciuto, ma quasi mi sembra che nessuno dica quello che è vero dire, che era uno scrittore diverso da tutti gli altri, e che quasi tutto quello che ha scritto è di grande bellezza. Purtroppo i suoi libri sono disseminati fra diversi editori, e praticamente introvabili.
Era una persona libera ed era totalmente privo di finte idee. In un grande numero di scrittori italiani le finte idee sono un vizio costante, essi se ne circondano e se ne fanno corona. Se amiamo le loro opere, dobbiamo, quando le pensiamo, scansarne le finte idee. Questo atto è per noi penoso, nel compierlo ci sentiamo soffocare, ci manca il respiro, le finte idee sono di un colore grigio e opprimente, e anche quando le abbiamo scansate da un suol che amiamo, permane intorno il loro grigiore. Noi stessi siamo pieni di finte idee, essendo esse quanto mai contagiose, e il nostro pensiero vi si piega con una strana rassegnazione e docilità.
Mi chiedo se il fatto di non essersi lui mai circondato di finte idee non sia la ragione o una delle ragione per cui i suoi libri non hanno avuto fortuna. La gente non ama le finte idee ma si immagina di doverle amare. Esse richiamano l’attenzione, come bandierine intorno a un campo sportivo. Mancando intorno a lui le bandierine, non gli è stata prestata nessuna attenzione, non l’hanno visto o l’hanno confuso con altri che non avevano nulla da fare con lui.
Un amico che sedette un giorno con lui al caffè di piazza Ungheria, racconta che un giorno Delfini gli disse: La realtà? Non esiste la realtà. Esiste solo l’immaginazione. La realtà siamo io e te, seduti al caffè Hungeria, come due imbecilli.

Ecco, il Capitano invece è stato circondato anche da troppe bandierine. E di finte idee. Nessuna delle quali è sua.

Pierdomenico Baccalario

***

Dal discorso fatto oggi, 3 agosto 2019, da Pierdomenico Baccalario a Riva del Garda, presentando il nuovo libro pubblicato da Orecchio Acerbo Editore: “Le tigri della malora”.