Bot Room: Carlotta Cubeddu

La Bot Room è la stanza dove rinchiudiamo ogni tanto qualcuno da uno dei nostri rami – autori, illustratori, grafici, editor, project manager… –  per quattro chiacchiere informali, più o meno! Oggi tocca a Carlotta Cubeddu! Tutte le interviste nella Bot Room QUI.

[Intervista a cura di Francesco Spagnol]

 

Come e quando ti sei avvicinata alla lettura? Hai sempre voluto scrivere o si tratta di una decisione e di un’esperienza recente?

Immaginati una casa in Sardegna, a Cagliari, terzo piano, giardino intorno e, oltre la porta di ingresso, un lungo corridoio su cui si affacciano sei stanze.

Il corridoio è tappezzato di librerie e libri. Nelle stanze lo stesso: librerie e libri.

Secondo te: che cosa fa una bambina quando vive in una casa del genere?

Va a giocare in giardino, ecco che cosa fa una bambina sarda degli anni ’80.

Poi a undici anni, alla faccia di ogni ribellione adolescenziale, inizia ad attingere da quelle librerie. Non da sola però, se si vuole ribellare alla ribellione adolescenziale le cose vanno fatte per bene, quindi chiede aiuto alla madre; la quale, ribellandosi a sua volta a ogni pedagogia, inizia a consigliarle Hesse, Kafka, Stendhal.

Nel giro di pochi anni la lettura è diventata una dipendenza.

La scrittura invece non mi interessava, ci sono troppi libri da leggere per scrivere. L’ho sempre sostenuto.

Poi sono stata ammessa a Bottega di Finzioni, la scuola di scrittura di Carlo Lucarelli. Scrittura sì, ma di cartoni animati: quasi seicento ore dedicate completamente alle produzioni Audiovisive e Multimediali per bambini e ragazzi. Durante il corso però ho conosciuto meglio tre autrici che hanno cambiato la mia prospettiva: Manuela Salvi, Janna Carioli e Luisa Mattia.

La voglia di scrivere un cartone animato c’è ancora e ci sto ancora provando, ma nel frattempo il primo seme di Perdenti con le ali era stato piantato.

 

 

Dall’esperienza di “A caccia di storie” alla pubblicazione: è andata come ti aspettavi? Come hai lavorato al tuo romanzo, dopo il concorso, per arrivare alla pubblicazione col Battello a Vapore?

La storia prosegue da dove l’ho lasciata. Ho un seme piantato a Bottega di Finzioni e decido di partecipare al concorso del Battello a Vapore. Quindi studio il ciclismo, studio il periodo storico e scrivo e riscrivo la scaletta di questo romanzo. Sembra che tutto vada come deve, quando mi passa sotto il naso l’annuncio del concorso “A caccia di storie”.

In quel momento ho pronto esattamente quanto viene chiesto da concorso, quindi decido di buttarmi subito. Va bene, anzi benissimo e scrivo tutto il libro, fino all’ultima parola. Ma è quando si finisce la prima stesura che inizia il vero lavoro.

In realtà il mio nome dovrebbe essere l’anagramma di tutti i nomi delle persone che ci hanno lavorato (Barbara, Chiara, Giulia e Valeria), perché ogni persona che l’ha riletto e ne ha parlato con me mi ha veramente permesso di fare un passo in avanti. Anche quando tutto sembrava finito, la redattrice mi ha chiesto se volevo riflettere ancora un attimo sul finale e quel consiglio è stato preziosissimo perché ha migliorato il finale, ha dato spessore alla storia tutta.

 


È cambiato qualcosa da quando hai iniziato il percorso di “A caccia di storie”, o il tuo metodo e il tuo modo di scrivere erano già essenzialmente gli stessi di oggi? Cosa ti ha dato il residenziale?

Se devo definirmi come scrittrice direi che io sono un “architetto”. Ho bisogno di avere una scaletta, i personaggi, la scansione dei capitoli con i climax (orizzontali e verticali)… insomma devo prima costruire un progetto e un’impalcatura importante per riuscire a scrivere.

“A caccia di storie” però mi ha insegnato ad abbandonare l’impalcatura quando non serve, a stare accanto al personaggio senza perdermi, a dare calore e colore alla storia con le descrizioni, a smettere di essere troppo asciutta nelle descrizioni ed eccessivamente ridondante in altre parti.

Arrivata qui vorrei fare ancora un passo e migliorare la scelta linguistica, focalizzare di più pensiero e parole, essere più consapevole delle scelte lessicali e sintattiche, ma questa è un’altra storia (spero).

 

Ora che hai pubblicato il tuo primo romanzo, c’è qualcosa che bolle in pentola? Senza anticiparci troppo, hai lavorato ad altro dopo il residenziale?

Per il Salone del Libro di Torino dovrebbe essere in arrivo una bella novità che mi terrorizza, ma mi rende anche molto fiera. Si tratta di un libro per i preadolescenti, un libro delicato e potente. Uno di quei progetti che vuole “cambiare il mondo”.

 

Da dove viene l’idea della storia di Perdenti con le ali? Sei un’appassionata del Giro d’Italia? E come mai proprio la parola “perdenti” già nel titolo?

Mio nonno Manlio, da piccola, mi costringeva a guardare il Giro d’Italia e il Tour de France. Il risultato era sempre lo stesso: ci addormentavamo entrambi davanti alla tv. Quindi io sarei la persona meno indicata a scrivere di ciclismo.

Però adoro i “falsi perdenti”, quelle persone che sembrano fallire nel loro obiettivo, ma ottengono molto più di quanto si aspettavano. Penso che l’essere umano sia diventato quello che è non grazie alle vittorie, ma grazie alle sconfitte, alle perdite e ai fallimenti. Sono cose che non celebriamo mai abbastanza.

Quando ho scoperto che esisteva il premio della “Maglia Nera” e ho letto della lotta tra il Cinese e il Muratore, il perdente per scelta e il perdente per natura ho pensato che non poteva esserci una storia migliore per trattare un tema simile. Inoltre sarebbe stato un omaggio a nonno Manlio, anche se lui non lo potrà mai leggere.

Poi quando mi hanno proposto il titolo (perché la mia idea iniziale era “Una Maglia Nerissima” che però richiamava troppo il fascismo) è inutile dire che l’ho adorato… quasi quanto la copertina! Le illustrazioni di Claudia Plescia hanno delle inquadrature e una pulizia che trovo perfette; come la copertina che esprime la forza di Carla (la protagonista) nonché mette in primo piano il perdente (il vincente Fausto Coppi è nello sfondo, in cima alla montagna).

 


Che tipo di storia ti piacerebbe scrivere in futuro? Quali sono i tuoi generi preferiti, e cosa più ti appassiona e vorresti raccontare?

Non ho un genere preferito, ma adoro i libri che riescono a far sorridere e riflettere allo stesso tempo. Nel cassetto ho quattro progetti che mi piacciono moltissimo e sotto tutti diversi: una serie “medical” comica, un altro romanzo storico per adolescenti, un romanzo comico-politico e uno di avventura.

Chissà che qualcuno non veda la luce l’anno prossimo, tengo le dita incrociate perché sono affezionata a tutti, ma per ora nessuno ha una strada avviata.

 

 

Scioglilibro: come è nata la onlus che hai contribuito a fondare, e in che modo contribuisce alla promozione della lettura?

Scioglilibro nasce dall’idea di Teresa Porcella, che, oltre a essere anche lei scrittrice, è stata mia insegnante di Letteratura per l’infanzia quando ero all’università (sono laureata in Scienze dell’Educazione). Quando ho finito gli studi l’ho raggiunta a Firenze e, insieme a un altro ex collega, Emanuele Ortu, abbiamo fondato l’Associazione. Era il 2006.

L’idea era semplice “sciogliere libri per annodare lettori”. Ovvero sciogliere i significati dei libri leggendoli a voce alta, parlandone con i bambini (e gli adulti), facendo laboratori che fossero realmente collegati al libro e non attività meramente attraenti ma fine a se stesse. Da lì è nata anche l’amicizia tra Teresa, Bianca ed Elena che, insieme, hanno fondato la libreria Cuccumeo a Firenze, vincitrice del premio Andersen nel 2014. Insomma, Scioglilibro è una bella palestra per chi ama i libri per ragazzi in tutte le loro forme.

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