#genovaperché è un progetto collettivo iniziato il 14 settembre 2018 (LINK con tutte le informazioni preliminari e l’anteprima)

Hai voglia di partecipare? Uno scatto della città col telefonino, un ricordo, una segnalazione, un’idea, un motivo: il TUO #genovaperché … | Scrivi a Mariapaola per ricevere informazioni sul progetto e la delibera d’uso: mariapaola.pesce@bookonatree.com [link]

Tutti contributi al progetto li puoi rintracciare QUI (link)

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La focaccia

La focaccia a Genova non è solo una colazione o una merenda, la focaccia è un culto che ognuno pratica a modo suo. Innanzi tutto c’è chi la bagna nel caffè del mattino.
Questo gesto di solito risulta incomprensibile per i forestieri.
“Ma come, metti una cosa unta nel caffè?”
Lasciate perdere. La focaccia nel caffè è come il mistero della Trinità. O ci credete o non ci credete. Se non ci credete, niente di grave. Vuole soltanto dire che non sarete mai genovesi!

E poi c’è lo spessore. A chi piace bassa a chi piace più alta, a chi piace più o meno cotta, a chi piace quando si formano gli “occhi” in cui finisce l’olio, a chi piace secca croccante, a chi piace secca e molto cotta, anche un po’ bruciacchiata, praticamente biscottata.
Poi ci sono le varianti: con il pomodoro, con le olive e di patate. Se non avete un appuntamento galante, con le cipolle. Ma in fin dei conti potete prenderla anche se avete un appuntamento galante. Se è vero amore, lui o lei, capiranno.
Poi c’è quella con il formaggio di Recco, ma c’è anche quella di Prà, con sopra la farina di polenta. E quella cotta alla piastra, che è un po’ una via di mezzo tra focaccia e pane.
Nella focaccia non c’è mai certezza. Cambia da un forno all’altro. Per quello bisogna provarne più di una prima di trovare la “striscia” adatta.

Insomma, far colazione a Genova non è una cosa semplice, richiede tempo e dedizione.

 

Galleria Mazzini di Davide Calì

E’ uno dei “salotti” buoni della città. Se ci andate in dicembre, ospita da sempre una Fiera del Libro, fatta di bancarellai burberi ma generosi. Ci troverete vecchi fumetti, classici d’antiquariato, libri fuori catalogo o semplicemente scontati. Lungo la galleria non mancano i locali dove prendere un caffè immaginandosi di essere ai tempi della belle époque.
Per anni, camminando tra le bancarelle, ho sentito risuonare la voce metallica di Maini. Maini era un barbone che aveva una parola tagliente per ogni singolo passante.
La sua voce stentorea che riecheggiava come una nenia in galleria era un appuntamento fisso.
“Eccolo che arriva con la sua bella giacchetta verde!” diceva robe così.
Spesso negli ultimi anni in cui l’ho sentito, inveiva genericamente contro la società. Forse era stanco di apostrofare i passanti con consigli di moda e portamento che rimanevano puntualmente inascoltati.
Maini è morto nel 2016 e solo allora ho scoperto, da un articolo di giornale, che era stato un pittore. Finito in disgrazia, viveva per strada e non aveva soldi per comprarsi nuove tele, per cui si era dato, a modo suo, a una forma d’arte più estemporanea, che secondo me aveva un suo perché e che, devo dire, quando mi capita di ripassare a Genova, mi manca un po’.

Illustrazione di Marco Serperi