La Bot Room è la stanza dove rinchiudiamo ogni tanto qualcuno da uno dei nostri rami – autori, illustratori, grafici, editor, project manager… –  per quattro chiacchiere informali, più o meno!

 [Intervista a cura di Mariapaola Pesce]

Giuseppe Festa lo si trova facilmente all’aria aperta, mentre sale per le montagne e segue le tracce degli animali, che ama e di cui scrive. Stavolta lo abbiamo rintracciato noi, per conoscerlo meglio e farci raccontare qualcosa in più di lui…

MAPI Vista la tua produzione, e la tua formazione, cominciamo con qualcosa di semplice, un gioco: se fossi un animale, cosa saresti?

Credo un orso, ma non perché mi piaccia la solitudine, che pure non disdegno. È per via del fatto che in pieno inverno, proprio come gli orsi, mi rifugio nella tana. Non per dormire, però, ma per scrivere. Quello è infatti il periodo dell’anno in cui mi sento più ispirato. E la stufa a legna della cucina aiuta parecchio.

MAPI Leggendo la tua biografia (eh sì, mi sono preparata!) devo dire che fatico a capire se sei più musicista o scrittore. Tu come la vedi?

La musica è la mia prima passione, anche se in definitiva non è mai diventata un vero lavoro, come invece è stato per la scrittura negli ultimi anni. Scrivere un libro o comporre una musica, comunque, non è così diverso. Entrambi hanno un ritmo, delle pause, voci diverse, crescendo e momenti di tensione. E anche colpi di scena, come un ritornello che ci stupisce. Una canzone che ci sembra già sentita al primo ascolto è come un romanzo noioso che chiudiamo dopo poche pagine.

MAPI Quando si legge un tuo romanzo si ha la netta sensazione che tu abbia conosciuto dal vivo, in prima persona ciò di cui parli: è così anche per “Incubo a occhi aperti”?

 Eh eh, non ho incontrato di persona il terribile Mowosh del West Virgina, frutto della mia fantasia, ma ho visitato davvero quei posti. Dopo l’università feci un periodo di studio in America presso l’Istituto per l’Educazione alla Terra di Greenville, West Virginia. Noi studenti vivevamo in una casetta di legno in mezzo ai boschi e le atmosfere erano proprio quelle del racconto. Fu un periodo straordinario, per me. Non solo acquisii molte delle conoscenze che mi hanno accompagnato nel mio lavoro di educatore ambientale, ma fu anche il motore di un percorso interiore di consapevolezze e immersione nella natura che porto ancora come me. E fortunatamente nessun Mowosh strisciò nella notte sotto al mio letto.

MAPI Tornando seria, mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa sulla genesi dei tuoi romanzi… 

Spesso nascono da esperienze vissute di persona, come nel caso de Il passaggio dell’orso. Anch’io, come i giovani protagonisti del libro, feci il volontario al Parco d’Abruzzo fra orsi e lupi, un’esperienza che ha ispirato la mia vita, visto che appena tornato dal Parco cambiai città, corso universitario (da Ingegneria a Scienze Naturali) e lavoro. Anche Cento passi per volare nasce dall’incontro reale con un ragazzo cieco che mi ha insegnato a vedere la natura come non sapevo fare. I figli del bosco, il prossimo libro in uscita a ottobre, racconta una storia completamente vera, quella di due cuccioli di lupo rimasti orfani allevati in un centro di recupero e della loro incredibile avventura di riscoperta della libertà. Una storia che mi ha coinvolto personalmente più di quanto mi aspettassi. Uno dei tanti casi in cui, a scrivere un libro, s’imparano un sacco di cose, anche su sé stessi.

MAPI Tu parli di lupi, orsi, aquile, montagna e spazi infiniti… si fatica ad immaginarti al chiuso. Com’è la tua vita, in realtà?

Ho la fortuna di vivere in una piccola cascina che abbiamo ristrutturato. Gli animali selvatici ci vengono spesso a trovare, ma chi mi immagina costantemente in giro per boschi e brughiere rimarrebbe deluso. L’attività di scrittore richiede moli viaggi per festival, incontri nelle scuole o nelle biblioteche, e si finisce per frequentare più città che foreste. Per ora va così, anche se non mi dispiacerebbe, un giorno, mettere radici in un posto più selvaggio, come il Parco d’Abruzzo o le Foreste Casentinesi.

MAPI Ti lascio andare solo se mi racconti qualcosa di speciale su uno dei tuoi libri e che non hai mai raccontato prima…

Visto che lo hai citato prima, torno a Incubo a occhi aperti, in cui faccio riferimento al lavoro del papà del protagonista, organizzatore di discese in rafting sul gommone. Ebbene, durante il mio soggiorno americano, partecipai anch’io a una di queste gite e su quaranta partecipanti fui l’unico a finire in acqua. Un vero e proprio “incubo a occhi aperti”, che nel mio caso videro il bianco della schiuma del fiume per un tempo che mi sembrò infinito. Che spavento! Mi recuperarono dopo la rapida, lanciandomi una specie di pallone da football americano con annodata una cordicella. Peccato che mi colpì proprio in testa. Davvero! Per fortuna il caschetto attutì il colpo. Non lo rifarei per nulla al mondo, però non tutti i mali vengono per nuocere, visto che quell’avventura ispirò parte del racconto.

Photo credit Sara Romoli

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